“Non fate come me”: a colloquio con Anna Cercignano

Anna Cercignano

Ho scoperto le opere di Anna Cercignano, qualche mese fa, grazie ai suoi profili su Facebook e Instagram e, da subito, ne ho apprezzato stile e tecnica di disegno. Mi sono ripromesso di farle una piccola intervista e un paio di settimane fa le ho proposto un po’ di domande. Anna ha accettato e di questo le sono grato.

Se non conoscete questa illustratrice e fumettista italiana che vive in Francia, potete iniziare col leggere, gratuitamente, una quindicina di storie brevi che l’artista ha messo a disposizione online sul suo sito, qui.

Buona lettura.

MM: Ciao Anna. Mi piacerebbe ti presentassi al pubblico. Ricordi se c’è stato un momento preciso in cui hai capito di voler diventare una disegnatrice professionista? Qual è stato il tuo percorso formativo?

ANNA CERCIGNANO: Inizio col dire che sono fumettista ed illustratrice e collateralmente al percorso più o meno ordinario di chi vuole fare questo lavoro, mi dedico all’autoproduzione. Lavoro anche su commissione e da questo anno sono insegnante di matite colorate alla scuola di Internazionale di Comics di Firenze. Che volevo raccontare cose l’ho capito fin da piccola e questa predisposizione passava attraverso tutto quello che facevo: dal disegnare fumetti  allo scrivere poesie e canzoni, passando per quelle recite che si fanno da bambini. Non vivevo queste cose solo per passare il tempo, erano proprio attività  che mi piaceva fare ed organizzare, iniziare e chiudere. Anche se la mia “formazione” sono stati i cartoni animati e non i fumetti (forse perché i cartoni animati avevano in sé l’insieme di quello che mi piaceva fare), con l’obiettivo di diventare fumettista ho fatto il liceo artistico di Lucca e successivamente mi sono iscritta alla scuola di comics. La mia esperienza riguardo la scuola di fumetto è stata negativa: ero abituata a vincere facile in quanto fino alle superiori ero sempre stata tra i più bravi a disegno. A sedici anni avevo sviluppato uno stile abbastanza personale, una padronanza dell’anatomia invidiabile. A scuola di fumetto invece, per la prima volta in vita mia, mi sono trovata a confrontarmi con gli altri. Mille stimoli, la mia mano si era contaminata diventando qualcosa di confuso, un po’ come un adolescente che tutto d’un colpo lo vedi con le braccia o le gambe troppo lunghe: comprendi che ha un potenziale ma nel frattempo fa schifo. Non solo. Al tempo (epoca pre-Gipi ) sembrava che il solo modo per fare un fumetto fosse la china, il bianco e nero , mentre io amavo usare la grafite. Ed in tutto questo non mi riconobbi. Facendomi scudo di questo disagio, preferii non concludere la scuola e non affrontare le mie paure. Ovviamente nell’arco di questi dieci anni le scuole di fumetto hanno fatto un salto di qualità notevole, oltre al fatto che ce ne sono davvero per tutti i gusti. Fatto sta che dopo quella scelta ho abbandonato il fumetto per quasi dieci anni. Un giorno però, esattamente cinque anni fa, la sensazione di insoddisfazione è diventata troppo grande e sono come esplosa. Volevo raccontare, ed il disegno sarebbe stato solo un tramite, questo ho deciso. Ho accettato di essere rimasta indietro e di non essere pronta ancora a confrontarmi e ho iniziato a disegnare senza guardarmi intorno, perché era quello di cui avevo bisogno per ripartire. Dopo due anni da quel giorno, ho pensato che fosse arrivato il tempo  e ho rimesso timidamente gli occhi sul mondo. È stato difficile vedere tante persone che avevo conosciuto una vita fa che erano andate molto avanti rispetto a me (anche constatare che i fumettisti – osservatori per mestiere – hanno memoria tanto breve e non si ricordavano di me è stato spiacevole) ma pur di essere felice ho accettato il mio percorso piccolino, fatto di conquiste piccoline. Così ho deciso di investire le mie energie per provare a fare questo lavoro, perché è la cosa che mi rende felice e mi completa.

Frida Kahlo vista da Anna Cercignano

MM: Ogni artista sviluppa nel tempo le proprie tecniche e i propri linguaggi. Ci racconti come si struttura la tua ricerca nell’ambito delle rappresentazioni visive?

ANNA CERCIGNANO: Riguardo le tecniche sono sempre in guerra con tutto, perché non ritengo di saperne destreggiare neanche una. Ho capito in questi ultimi anni di voler imparare a colorare, perché io sono una persona colorata. Ho capito che mi piace lavorare a mano, perché ho un leggero tremore quando disegno, per cui pigio sul foglio come uno zappatore e ho bisogno di un piano, di mine giuste alla mia pressione, mentre col digitale sono negata : quella punta liscia su tavoletta grafica avvilisce il mio tratto e anche qualsiasi tentativo successivo di produrre qualcosa di credibile. La mia ricerca va spesso per esclusione: nell’ ultimo libro sul quale sono a lavoro io ho provato tutto, ho fatto almeno un centinaio test di colorazioni differenti.  Quando finalmente ho trovato tecnica, procedimento e palette che mi soddisfacevano ho pensato che quello fosse il solo modo possibile per disegnare la mia storia. Amo le matite colorate, senza dubbio, che uso da sole o a complemento della tempera o acquerello. Per adesso prediligo questa tecnica perché dopo tanti test, è stata quella che mi dà il ritorno più simile alla cosa che ho in testa quando mi accingo a colorare. Ma ovviamente sto ancora cercando di capire. Sui progetti che autoproduco invece, sono più impulsiva. Le storie brevi sono quello spazio mio, dove faccio cose che vengono molto di istinto, il disegno e la tecnica sono  veramente immagini che uso per fare leggere più scorrevolmente quello che dico, per aggiungere ritmo. È dove si vede bene che non so disegnare a modo neppure i fumetti in realtà. Ma alla fine, li faccio lo stesso. Mi piace poi non avere paletti riguardo quello che voglio raccontare: dal sacro al profano, amo veramente sentirmi libera di essere alla moda e fuori moda.

MM: C’è una forte e dichiarata componente erotica nelle tue illustrazioni e i corpi che disegni sono sinuosi, caldi nei colori e sensuali. Deduco che la figura umana sia un soggetto che ti piace ritrarre più di altri. Ci parli di questo aspetto?

ANNA CERCIGNANO: Sì, mi piace  disegnare i corpi femminili, è innanzitutto l’eredità della mia formazione accademica, dove si impara a disegnare dal vero con la modella.  Riguardo l’eros, io mi limito a disegnare quello che trovo erotico per me. Per me se fossi donna, per me se fossi uomo, ma sempre se fossi io che guardo e non qualcun altro. Molte delle illustrazioni erotiche sono commissioni: mi viene chiesta una figura femminile, con alcune caratteristiche da rispettare. Per la serie delle principesse invece, ho scelto di reinterpretare partendo da qualcosa di già conosciuto. Dentro queste gabbie, cerco di mettere qualcosa che sia erotico, per me, secondo me. Per questo sto attenta allo sguardo, alla postura delle mani ad esempio, perché sono dettagli che non vengono mai richiesti o poco citati quando si parla di eros, ma hanno un grande piglio erotico su me e quindi cerco di metterli.  Approfitto per dire che mi piacerebbe vedere un uomo che faccia illustrazioni erotiche per donne, e non rivolte solo a uomini stessi. Se c’è, non l’ho ancora scoperto e chiedo venia.

“[…] io mi limito a disegnare quello che trovo erotico per me” (Anna Cercignano)
MM: Le storie di cui hai realizzato i disegni, sono anche sceneggiate o co-sceneggiate da te e so che alcune delle tue opere sono autobiografiche. Quali sono i tuoi temi preferiti?

ANNA CERCIGNANO: Tranne Ken Saro-Wiwa ( BeccoGiallo editore 2018), che ho co-sceneggiato con Roberta Balestrucci Fancellu (suo anche il soggetto) , tutto quello che è possibile leggere di mio è scritto da me. Il fumetto “Vita – l’aborto di un paese civile”, uscito prima su  STORMI e poi per Altrinformazione, è la storia autobiografica della mia interruzione di gravidanza e le altre storie brevi che ho scritto mi riguardano da vicino. Dopo il libro per BeccoGiallo,  mi sono “permessa” di parlare di me: nel frattempo ho lavorato per proporre agli editori una storia di finzione, la quale ha finalmente trovato casa  (Oblomov edizioni)  e mi vedrà sparire tutto il prossimo anno per disegnarla. Non volevo esordire nella media-grande distribuzione come autrice unica con una storia autobiografica (non che ci sarebbe stato qualcosa di male, ma non volevo e basta) per questo ho cercato di dare da bere a queste due parti di me in maniera distinta: nell’autoproduzione mi racconto, mentre lavoro a qualcosa di più strutturato con la casa editrice. Credo che io scelga di parlare semplicemente di cose che mi danno da riflettere. È difficile che mi metta a voler leggere o raccontare la storia di Enthion, elfo dalla spada magica che vuole salvare la stirpe di altro nome impronunciabile. Le storie che mi appassionano sono quelle che hanno chiari riferimenti al nostro vivere. Se sono di fantasia, devono farmi riflettere su qualcosa che riguarda la vita reale, altrimenti, no, non mi interessano. Mi piace parlare dell’amore, questo lo so, perché ha mille sfaccettature e mi rendo conto che solo con il briciolo della mia esperienza, potrei avere da scrivere ancora per molto. È un argomento che non si esaurisce mai. L’eros, l’autodeterminazione femminile o il razzismo, sono temi che per me hanno in comune questo: l’amore (o il non amore) per gli altri e per se stessi. Per questo ne parlo.

Una tavola di “FUOCO” (racconto breve di Anna)

MM: Leggo sul tuo sito che, in alcuni casi, autoproduci le tue storie. Hai qualche suggerimento per chi volesse seguire questo modello?

ANNA CERCIGNANO: Sì, ho deciso di fare autoproduzione un paio di anni fa e mi sono resa conto, come ho scritto sopra, di quanto questo spazio di libertà mi sia necessario. Ho un super consiglio da dare a chi vuole farla: non fate come me. Associatevi, fate i collettivi, dividete le spese, gli stand, le gioie e i dolori. Io ho iniziato da sola perché non ho avuto alternative. Non è che una arriva dopo dieci anni, vive pure all’estero e la gente la fa entrare nella loro cerchia fighissima magari costruita sulle sbronze, le foto in anfiteatro e i viaggi ad Angoulême. Io ci ho provato, ma non mi ha cacato nessuno, così stanno le cose. Ho dovuto fare da sola perché sola mi sono trovata e ho deciso di provare lo stesso. L’anno scorso ho fatto quasi tutti i festival del fumetto ma, vivendo in Francia, tra viaggi andata e ritorno,  pernottamenti e stampa, sono riuscita a rientrare con le spese (che già mi è parso un miracolo) ma ovviamente il guadagno è stato poco. Quello che ci guadagno dico basta e poi ho riscritto un’altra storiella, ma che bello sarebbe farci il cartaceo. Questo succede a tutti sì, ma essere un gruppo è più divertente e più conveniente. Un altro consiglio sarebbe quello di sforzarsi di creare contenuti leggibili, di fare in modo che quello che si mette in una tavola non sia respingente, perché la gente passa e dà un’occhiata, non è che ci perde troppo tempo su un albo. L’ultimo consiglio è di fare un bel giro nelle autoproduzioni prima di farle perché ci sono cose molto belle autoprodotte ed è meglio rendersi conto da subito che, se si vuole entrare a vendere alle più importanti fiere del fumetto italiano, si entra comunque in contatto con un mondo di professionisti e non di amatori. Altrimenti ci si resta di merda.

MM: Se ti dessero la possibilità di scrivere e disegnare una storia, senza restrizioni, di un personaggio dei fumetti, quale personaggio sceglieresti e perché?

ANNA CERCIGNANO: Mi sarebbe sempre piaciuto scrivere e disegnare una storia parallela di Sailor Moon, dove le guerriere Sailor, da perfette adolescenti, hanno sabotato il loro dovere di salvare la Terra perché quando si è adolescenti si diventa stupidi e ribelli di mestiere, lo deve fare. Non che la storia originale non affrontasse queste sfumature, ma io vorrei proprio calcarci la mano. Poi, sempre per rispondere alla tua domanda, mi piacerebbe scrivere un Dylan Dog, per vedere se sono capace di farmi paura (ma lo farei disegnare a quelli bravi).

Sailor Moon interpretata da Anna Cercignano per i lettori di Af News.

MM: Col lavoro che fai, sicuramente avrai conosciuto un sacco di persone, nell’ambito dell’illustrazione e del fumetto professionale. C’è qualcuno che senti di voler ringraziare in particolar modo?

ANNA CERCIGNANO: Durante questi anni ho avuto modo di conoscere alcuni professionisti, ma non credo tantissimi, rispetto ad altri colleghi della mia età. È vero che con alcuni di questi, la mia esperienza non si è limitata a qualcosa di superficiale. Ho visto il dietro le quinte di cose, ne ho seguite le dinamiche, ho visto le gioie le frustrazioni di interi progetti. Uno degli insegnamenti più grandi dell’aver conosciuto alcuni professionisti da vicino, è stato che non ci sono regole, non ci sono vangeli. Ognuno ha la sua bibbia personale ma che è collegata a quel periodo della sua vita, a quel progetto. Se anche dirà, giurerà che quella è la sua regola, per il progetto dopo, tutto potrà essere il contrario di tutto. E va bene che sia così. Si deve quindi imparare dai grandi artisti, ma ricordarsi sempre che sono persone. Sembra scontato, ma non lo è, non lo era per me, molti anni fa e anche adesso devo sempre tenerlo a mente. Mi sento di ringraziare Mattia Ferri e Giacomo Traini di Stormi, che insieme agli editori di BeccoGiallo, sono stati i primi a darmi fiducia. E Carlo Gubitosa di Altrainformazione, che un giorno mi ha scritto perché voleva ristampare Vita in un’edizione più professionale e così abbiamo fatto. È difficile viaggiare da soli, quindi di certe cose, non potrò mai dimenticarmi.

 

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July 29, 2020 at 02:36PM ifttt

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