
Giovedì 16 giugno nella Citè de l’Animation di Annecy si è svolta ad la terza P’tits Dej du court. In quell’occasione si è parlato dei seguenti cortometraggi.
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Il primo cortometraggio è stato “The Picture of Dorian Gray”, realizzato con pittura su vetro da Georges Schwizgebel su musica composta da Judith Gruber-Stitzer.
Il cortometraggio racconta la classica storia di Dorian Gray, ma lo fa utilizzando le scene dipinte su lastre di vetro di grande formato in gruppi di sei, animate contemporaneamente. Vengono mostrate le parti della storia alternate alla visione d’insieme di queste grandi lastre che contengono le sei scene mostrate in precedenza. Unisce tutto la musica, che accompagna i riquadri singoli con un tono più sommesso, diventando più forte nelle visioni d’insieme.

Un cortometraggio meraviglioso e tecnicamente incredibile. L’unione delle immagini, viste singolarmente o nei grandi riquadri, accompagnate da una musica capace di valorizzare animazione al massimo da alla narrazione una sensazione di movimento a spirale. Che circonda e trascina con sé gli spettatori dentro il racconto della caduta del protagonista, che viene mostrata senza romanticismi e nella sua più cruda spietatezza.

L’autore è stato accolto dagli applausi del pubblico e dopo essersi seduto ha raccontato, con la sua consueta umiltà, che l’idea di partenza non era raccontare la storia di Dorian Gray, ma quella di fare qualcosa che potesse essere diviso in varie parti narrative sullo schermo. Così ha cercato tra la letteratura classica ed ha scelto il romanzo di Oscar Wilde perché già diviso in vari punti di vista, tra il bene e il male, l’innocenza e la malvagità. Per adattare un’opera senza usare dialoghi la musica assume un ruolo importante, quella di questo corto è stata composta dalla sua amica Judith Gruber-Stitzeramica, che ha conosciuto grazie al National Film Board dal Canada e con cui ha già lavorato per altri tre cortometraggi. Georges Schwizgebel asserisce che uno degli scopi del corto sia mostrare al pubblico che si possono ascoltare le immagini e guardare i suoni. O almeno, questo è quello che lui spera di aver ottenuto.

Naturalmente, la prima domanda del pubblico è stata su come faccia a decidere la musica per i suoi film. Risponde che si tratta di un lavoro di equipe. Lui sceglie la musica prima di mettersi ad animare, discutendone molto con i compositori per arrivare a quella che userà. Una seconda domanda riguarda la scelta delle storie; in particolare se lui cerchi solo tra le storie più note, se scelga ciò che gli piace, senza pensare al pubblico, o se si aspetti che il pubblico conosca già le storie. La risposta è che lui sceglie, poi spera che il pubblico le conosca.

Il secondo cortometraggio era “Ce qu’on laisse derrière” (What We Leave Behind). Realizzato a disegni animati per il Canada da Jean-Sébastien Hame e Alexandra Myotte.

Il cortometraggio racconta di un uomo che si risveglia trovandosi la gola trapassata da parte a parte da un foro. Il personaggio vive in una casa desolata e piena di bottiglie vuote, veste abiti sportivi malandati e sembra incapace di capire cosa sia successo. Comincia così un viaggio attraverso il suo quartiere di periferia, che lo porta ad affrontare i suoi ricordi legati a qualcosa successo quando era ragazzino e faceva parte di una squadra di hockey. L’incontro con conoscenti imbarazzati che sembrano sapere, ma non vogliono dire, seguito dal ritorno al vecchio campo da hockey gli farà ricordare cosa che gli aveva fatto l’allenatore.
Un cortometraggio angosciante e serio che mostra i traumi che rimangono a chi ha subito una violenza. Il buco nella gola dal protagonista aumenta con l’aumentare dei suoi ricordi e lo stile, geometrico e sgradevole, si adatta benissimo a una storia che non vuole essere piacevole, ma liberatoria.
Gli autori definiscono il loro corto come la storia di un uomo traumatizzato, che non riesce a parlare di cosa gli sia successo e raccontano di aver scelto questo tema per sensibilizzare la società sull’importanza che ha il discutere dei traumi. Scegliendo di farlo su un abuso subito da un ragazzo perché la società evita ancora di più di parlarne e c’è la convinzione generale che i maschi siano più resistenti ai traumi.

Dicono che la storia è inventata, ma ispirata agli scandali avvenuti a Montreal nelle squadre di hockey giovanili. Dove, oltre agli allenatori disgraziati, esisteva una forte tradizione di violenze interne fatte passare come riti d’iniziazione. Jean-Sébastien Hame racconta che da piccolo ha subito anche lui un “rito” fatto dagli altri membri della squadra. Che erano talmente cattivi con chi iniziava da terrorizzarli e togliergli la voglia di andare a giocare.
L’intero corto è pieno di metafore che hanno studiato a lungo. Il protagonista che si dirige verso il livello inferiore dello stadio rappresenta l’addentrarsi nella psiche. Un posto che che diventa sempre più buio e angusto per rappresentare conflitto interiore, per poi arrivare a vedere una via luminosa che porta la vittima a parlare del suo trauma. Il montaggio è stato strutturato con un crescendo d’intensità, rifacendosi al metodo che si utilizza per aiutare le vittime a raccontare, iniziando col fargli domande semplici e continuando con altre sempre più impegnative.

Raccontano che il cortometraggio è stato fatto con pochissimo budget e di aver avuto difficoltà a trovare un finale che li soddisfacesse. Poi, quando hanno mostrato il work in progress durante un festival, gli chiesero di trovare un modo per chiuderlo che rassicurasse il pubblico. A quel punto hanno pensato ai processi in cui le vittime dovevano indicare il loro stupratore alla corte, un’azione che richiede molto coraggio, perché quello significa che ne possono parlare. Questo li ha fatti decidere.
Un altra grande cura è stata riservata al Sound design, dove sono andati in giro a cercato i rumori della periferia, con grande attenzione al dettaglio.
L’ultima domanda è stata su come lavorano ai loro corti, rispondono che scrivono insieme la storia, poi lui fa i disegni e lei si occupa dei colori e della post produzione.

È seguito il divertente corto “Ultra Forte” (Ultra Strong). Realizzato a disegni animati, fatti in digitale e poi rifatti a pennarello su carta, da Catherine Lepage per il Canada.

La storia ha come protagonista la giovane Catherine, che nei primi anni Ottanta era una studentessa timida e insicura che cercava un principe azzurro che la proteggesse dalle cattiverie del mondo. A scuola cercava di integrarsi seguendo le mode dal momento e dopo aver iniziato la scuola superiore divenne una metallara, sperando di ottenere rispetto e trovare un ragazzo. Dopo l’insuccesso, sembrava decisa a cambiare ancora look, ma nel momento di massima rassegnazione Bruce Dickinson la chiama dal poster degli Iron Maiden che aveva in camera dicendole di credere in se e di diventare più forte. Inizia così un viaggio dall’adolescenza all’età adulta attraverso il nord America, seguendo la via del metal e in cerca dell’amore. Diventando sempre più estrema e arrabbiata col progredire delle difficoltà nel trovarlo, fino a quando i consigli di Bruce non la spingono a guardare dentro se stessa.

Un cortometraggio altamente ironico e dolce in uno stile di disegno molto grafico, divertente, carino e ispirato alle estetiche degli anni Ottanta. Con le sue acconciature esagerate e i vestiti improbabili. Il tutto realizzato con pennarelli colorati e pervaso da un umorismo brillante, che impedisce alla storia di diventare pesante. Si prova una forte simpatia per la protagonista e si tifare per lei, nella sua ricerca della felicità & del metal.
Catherine Lapage si presenta raccontando di essere un’autrice di fumetti, in cui l’introspezione è la maggior fonte d’ispirazione. Sono storie delicate e taglienti dove i personaggi si chiedono chi sono loro e cosa siano capaci di fare. Con uno stile colorato che oscilla tre il caricaturale e il serio. Li ha fatti per anni, iniziando ad ottenere riconoscimenti nel 2007.
Parlando del cortometraggio, lo definisce un’autobiografia dalla morale evidente. Racconta che si tratta di una storia che ha raccontato in due suoi fumetti e che quando ha iniziato a lavorarci cercava un modo per condensare gli eventi uniformandoli in un’unica storia. Non sapeva come fare, finché non ha capito che poteva riuscirci mettendo in evidenza la simpatia della protagonista e la sua determinazione.

Le viene chiesto come sia riuscita a coinvolgere Bruce Dickinson nella produzione. A quel punto si vede ancora quanto questo l’abbia emozionata, perché lei è una fan degli Iron Maiden da sempre. Per quello deve ringraziare la sua amica Regina Chassagne, che oltre ad aver composto la colonna sonora del corto, è stata fondatrice della band Arcade Fire ed è un genio della musica, nota anche come narratrice sia in francese che in inglese. Appena ha saputo che avrebbe voluto avere Bruce nel suo corto, le ha detto che ci avrebbe pensato lei. Tramite il NFB ha contattato il suo agente ed è riuscita a fargli avere una lettera di Catherine, dove lei gli diceva di averli visti quando aveva 14 anni nel concerto che fecero in Quebec nel 1984 e di essere sempre stata ispirata da lui.
Bruce è stato colpito, ed ha accettato di partecipare. Questo le ha dato occasione di conoscerlo e di vedere che non è solo un grande artista, ma anche una persona generosa e disponibile ad aiutare.

Per chiudere, le viene chiesto se passare dal fumetto all’animazione l’abbia spaventata e quanto la storia sia cambiata nella trasposizione. Risponde che questo è il suo secondo film e che la sua fortuna sia stata collaborare con il National film board, che ha scelto per lei dei collaboratori incredibile. Già dal primo ha collaborato con un’animatrice molto brava e ci tiene a far sapere che la troupe del cortometraggio fosse interamente femminile. Per realizzare il corto ha stampato le animazioni per rifarle a pennarello e scomporle in tavole con i differenti colori. Così che ricomposti insieme dessero l’effetto di una serigrafia e sembrassero tratteggiati. Adesso non ha più paura dell’animazione.

Dopo si è parlato del poetico e drammatico “De Bramenplukker” (The Berry Picker). Realizzato da Pieter Coudyzer per il Belgio dipingendo su vetro e su fogli di acetato.

Il cortometraggio racconta la storia di un uomo che nelle Fiandre del 1600 era felice di vivere in una foresta, lontano da tutti. Viveva dei frutti che raccoglie e passava il resto della giornata a guardare il paesaggio, con grandissima meraviglia. Una notte l’uomo sentì un rumore, andando a vedere si trovò di fronte un viaggiatore sperduto che gli chiese ospitalità. Dopo averlo accolto nella sua casa i due cominciano a parlare e il raccoglitore di frutti iniziò a raccontargli di tutte le meraviglie che possedeva. Il racconto accese la cupidigia dell’uomo, che scomparve riapparendo giorni dopo con un grosso seguito di persone bramose di vedere quelle ricchezza. Per il povero eremita sognatore le cose non finiranno bene.
Un cortometraggio lento, ma pieno di poesia e di arte. I paesaggi che commuovono l’uomo sono resi in tutta la loro bellezza tramite una grande abilità artistica e una scelta accurata i suoni naturali. Suoni che con la loro dolcezza contrastano con il rumore costante degli uomini che arrivano in massa. Una storia estremamente triste, ma che mostra come la natura vada avanti senza badare agli esseri umani.

Viene subito chiesto all’autore perché abbia voluto adattare un racconto così particolare. Risponde che lui ama leggere novelle e questa l’aveva colpito per la descrizione della foresta e del protagonista solitario. Lui ha sempre provato simpatia per i protagonisti di questo tipo, ed ha voluto farne subito un corto. Iniziando a lavorarci subito dopo aver finito il suo precedente cortometraggio. La novella è raccontata come se fosse una fiaba, inizialmente voleva restare fedele a quella forma e realizzò uno storyboard in quell’ottica, ma si rese conto che sarebbe stato troppo romantico e non gli piaceva. Così decise di rifare tutto, decidendo di raccontare la storia vista punto di vista della natura. Facendola diventare un personaggio, insieme al raccoglitore e al visitatore.
Quando gli venne chiesto di spiegare il suo procedimento tecnico e perché usi una tecnica così complessa, lui ha risposto di essere ossessionato dalle texture e che ancora prima di fare animazione dipingeva mischiando sabbia e altri tipi di materiale. Tutti gli scenari sono dipinti e sono così tanti che c’è un nuovo dipinto ogni tre secondi. Mentre i personaggi sono attori, ripresi su blue screen, che lui ha ripassato al rotoscopio per poi dipingerci sopra. Ha anche registrato personalmente suoni naturali nei boschi, che poi ha portato al compositore per poter creare una colonna sonora che potesse adattarsi.
Un’altra domanda riguarda il suo pensiero sulla drammaticità degli incontri. Questa nasce dal suo sentirsi un outsider anche tra gli animatori, perché è molto legato alla narrazione lenta.
Come ultima domanda, gli è stato chiesto se avesse mai pensato di fare un lungometraggio. La risposta è stata che ha delle idee e vorrebbe farne uno. Ma con la sua tecnica il tempo per realizzarlo sarebbe davvero lungo.

Il quinto cortometraggio fu “Cartoon Physics” Realizzato in Stop motion da
Ru Kuwahata e Max Porter, più la collaborazione della figlioletta Koto Porter, per la Francia.

Il cortometraggio racconta di una madre che mentre cura il giardino viene chiamata dalla figlia, che ha trovato un uccellino caduto dal nido e le chiede come mai non si muova. L’idea di dover spiegare alla figlia di tre anni cosa sia la morte spaventa la donna, spaventata che questo possa distruggere il suo mondo felice di bimba. Così decide di ignorare il fatto. Ma questo la porta ad avere un forte conflitto interiore, che le farà decide cosa fare.
Un cortometraggio realizzato con una Stop Motion di buona qualità e uno stile carino, che racconta un dilemma morale che ogni genitore prova. Nonostante lo stile sia carino, l’uccellino caduto dal nido è realistico e le scene di conflitto interiore della madre sono cupe e piuttosto angoscianti. L‘autenticità della voce infantile della bambina rende la storia ancora più appassionante.
Gli autori sono una coppia con una figlia ed hanno dovuto spiegarle cosa sia la morte quando lei aveva due anni. Annotarono le emozioni che provarono e quando scoprirono il libro con questo storia, sentirono subito una grande affinità con il loro modo di raccontare storie. Che consiste nel cercare i piccoli momenti della vita che colpiscono e cambiano la percezione delle cose. In questo caso, analizzare il fatto che i bambini credono che ci siano degli eroi capaci di salvare tutti, ma che nella realtà non sia così e quando lo capiranno i genitori devono essere in grado di rassicurarli. Per questo decisero di realizzarne un adattamento animato.

Per capire come raccontare la storia hanno messo i disegni preparatori nella camera della figlia, registrando le sue reazioni. Il suo apporto è stato tanto importante che hanno voluto metterla come coautrice.
Gli viene chiesto perché abbiano scelto di usare una tecnica solida come la Stop Motion. La decisione è legata al loro desiderio di provare a farla diventare elastica. Hanno realizzato loro i modelli per i pupazzi e scenografie, poi tutto è stato inviato ad uno studio giapponese specializzato, che li ha scansionati e ricostruiti come pupazzi articolabili, usando le stampanti 3D per realizzarne le parti intercambiabili. La realizzazione totale del corto ha richiesto due anni e mezzo.

Il sesto, e ultimo, corto della mattina era “Les Pelures d’estomac” (My Bellyaching Skin). Realizzato a disegni animati da Etienne Bonnet per la Francia.

Si tratta di un cortometraggio autobiografico dove l’autore racconta il suo travaglio personale nel capire la causa di un fastidioso prurito che lo ha tormentato per anni. Dopo aver provato diverse cure, con esiti a volte disastrosi, suo nonno gli suggerì di andare da un suo amico medico e fare un doloroso esame per capire cosa fosse. Il tutto raccontato con profonda autoironia e grande senso dell’umorismo.
Un cortometraggio disegnato in bianco e nero e qualche occasionale colore. Lo stile fumettistico è bello da vedere e sia le espressioni facciali che le battute sono molto divertenti. Nonostante il soggetto siano delle malattie che hanno tormentato il protagonista per anni, tutto viene raccontato usando un tono che fa subito capire che il problema appartiene al passato.
Appena l’autore sale sul palco gli viene fatto notare come quello fosse già il terzo cortometraggio in cui raccontava un suo problema di salute. Lui assicura che sarà l’ultimo capitolo della trilogia, anche perché non ha più problemi di salute.
Una trilogia fatta sia perché pensava che fossero storie divertenti, sia perché parlano sempre di problemi che sono stati risolti.

Chiedendogli da dove venga il suo stile artistico, racconta di essere stato molto influenzato delle vignette umoristiche dell’autore Serre, di cui il padre ha collezionato le raccolte. Quello stile caricaturale, realistico, irriverente, e pieno di tratteggi ha influenzato tutta la sua arte.
Lui ha studiato animazione alla scuola di cinema La Poudrière, diplomandosi con un cortometraggio che, adesso, considera troppo pretenzioso e che non venne accettato da Annecy. Dal secondo corto è passato a delle storie auto ironiche, arrivando a parlare dei suoi problema di salute.
I cortometraggi di questa trilogia non hanno niente di inventato e narrano le storie nello stesso modo in cui lui raccontava le sue disavventure agli altri.

Li ha realizzati interamente da solo, perché lui è un control Freak e non riesce a dividere il lavoro con gli altri. Ma questo cambierà dal prossimo cortometraggio, che sarà realizzato insieme ad un collaboratore e sarà diverso da ciò che ha fatto finora, perché avrà come protagonista sua madre. Che negli anni Ottanta aveva fatto una ricerca per un master universitario che le ha fatto passato anni a intervistare gente che viveva nei boschi ed era nata alla fine dell’Ottocento. Assicura che sarà esilarante, perché le persone intervistate erano molto divertenti e sua madre ha un grande senso per la battuta.
Gli viene chiesto come faccio a lui a decidere i tempi e le battute dei suoi corti, se abbia dei dubbi e se chieda agli amici cosa ne pensano. Lui ammette di avere tanti amici nell’ambito del fumetto, ma nessuno nell’animazione. Quindi è tutto deciso da lui al momento del montaggio.
Alla domanda su quali siano le differenze tra realizzare un fumetto e un corto animato. Risponde che l’unica differenza per lui è che i fumetti li fa su carta e l’animazione sul tablet. Mentre i suoi soggetti possono essere usati indistintamente per fumetto o animazione.

Come ultima domanda gli viene chiesto se non sia il caso di realizzare un’intera serie sulle registrazioni fatte da sua madre. Purtroppo la risposta è che non ha valutato la possibilità, perché lui non ha esperienza nella realizzazione di serie animate e preferisce fare cortometraggi.
Questi erano i cortometraggi dal terzo gruppo in competizione ad Annecy. Tutti segnati da uno stile artistico forte, molti ispirati da racconti autobiografici. Alcuni di questi avrebbero meritato di ricevere più attenzione dal festival, ma stanno facendo parlare di loro nei festival di tutto il mondo.
Chi scrive assicura che anche i cortometraggi presenti nelle altre selezioni fossero di altissimo livello e continuerà a parlarne in altri articoli.
L'articolo Annecy 2026: Cortometraggi in gara 3. proviene da afNews.info di Gianfranco Goria.
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