giovedì 19 gennaio 2017

“Your Name” di Makoto Shinkai: tutto inizia (o finisce?) con una domanda

“Your Name” di Makoto Shinkai: tutto inizia (o finisce?) con una domanda

Prima di passare alla recensione vera e propria del lungometraggio animato “Kimi no na wa (Your name)” diretto da Makoto Shinkai e di passaggio nelle sale italiane per soli tre giorni, dal 23 al 25 gennaio, una comunicazione piuttosto interessante: pare proprio che la prossima edizione del festival Cartoons on the Bay, che si terrà dal 6 all’8 aprile 2017, avrà luogo… indovinate un po’? A Torino! Almeno, stando al logo del CotB apparso, insieme a quelli degli altri partner di distribuzione, subito prima dei titoli di testa del film: certo, si tratterebbe di una “baia” non proprio ortodossa rispetto al passato… ma dopotutto si dice  che se il capoluogo sabaudo “avesse lu mere, sarebbe, etc. etc.” per cui chissà che il connubio non risulti vincente, anche perché la location è senza dubbio ideale dal punto di vista festivaliero e cinematografico. In attesa di comunicati ufficiali noi ci limitiamo a riportare quanto visto in calce a un “documento” che comunque tra pochi giorni sarà visibile a tutti, ovviamente pronti a rettificare in caso di (improbabili) smentite.

Passiamo ora al merito del film, visto in anteprima martedì scorso: anzitutto, il nuovo film di Makoto Shinkai è uscito in Giappone nella passata stagione estiva e si trova oggi in lista per le nomination agli Oscar 2017, dopo aver frantumato il botteghino nipponico con oltre 175,8 milioni di dollari, collocandosi al 5° posto tra i migliori esiti cinematografici di tutti i tempi in Giappone e al 2° come maggior successo animato del cinema giapponese, alle spalle soltanto de “La Città Incantata” del “Supremo” Hayao Miyazaki (cui però ha appena sottratto la corona sul mercato internazionale). Anche in Cina, “Your name” ha conquistato il primo posto poco dopo il suo esordio in sala.

Inevitabile che un tale successo andasse a inaugurare la nuova stagione degli Anime al Cinema promossa da  Nexo Digital e Dynit per il nuovo anno. Come scritto in precedenza, il film resterà nelle sale italiane soltanto il 23, 24 e 25 gennaio: l’elenco (in aggiornamento) dei cinema in cui sarà ospitato è consultabile qui:

Oltre a “Your Name“, Makoto Shinkai farà la “parte del leone” in un’altra data della Stagione degli Anime al Cinema (media partner Radio DEEJAY, MYmovies.it, Lucca Comics & Games e VVVVID), che l’11 e 12 aprile presenterà l’opera prima del regista, “Oltre le nuvole, il luogo promessoci (Kumo no mukō, yakusoku no basho); Cartoons on the bay, il festival dell’animazione della Rai, sarà, come detto in apertura, partner stagionale per i film di Shinkai (che saranno proposti durante la manifestazione).

Di cosa parla, dunque, “Your Name“?

Iniziamo col dire che visti uno dopo l’altro, i film di Makoto Shinkai sembrano raccontare sempre la stessa storia: due ragazzi che si cercano e tentano di (re)incontrarsi malgrado tutto, nelle loro esistenze, si opponga a questa eventualità.

Considerato uno dei principali eredi di Miya-San, egli in realtà se ne discosta per tematiche e resa immaginifica: le sue opere, pur visivamente assai suggestive, non raggiungono mai la sublime e commovente fascinazione di quelle del Maestro, la cui empatia con lo spettatore è legata poco alla trama e alla narrazione e dipende direttamente dalla magia scaturita dalla sua arte di animatore puro; eccellente scenografo e coreografo, Shinkai si rivela però molto più “regista” del “vate” nipponico, non nel senso classico e “neorealista” di Isao Takahata né nel senso “sperimentale” di altri artefici del “nuovo corso” dell’animazione giapponese, bensì in quello di una spiccata capacità di gestire vicende complicate e spesso paradossali, riuscendo a tesserne le fila grazie a un uso sapiente di ritmo, inquadrature, silenzi, colonna sonora e dialoghi sintetici quanto evocativi.

Ecco, una lezione che Shinkai dimostra di avere imparato dagli illustri maestri del Ghibli è proprio il valore dei cosiddetti “tempi morti” nello storytelling: le sequenze più emozionanti sono spesso quelle in cui i personaggi tacciono e rimangono in silenzio, immersi in un paesaggio che assurge in tale circostanza a protagonista assoluto, latore di antiche memorie e presago di imminenti rivelazioni.

L’ambientazione dei suoi lungometraggi è quasi sempre una suggestiva realtà più o meno contemporanea, immersa nella quotidianità in cui può di certo riconoscersi lo spettatore medio giapponese (ma non solo). Questa “convive” e, non di rado, “collide” con elementi di natura fantasy (“Viaggio verso Agartha“/Hoshi o ou kodomo) o science-fiction (“Oltre le nuvole, il luogo promesso”);  “Your Name” pare contenere entrambe queste categorie: da una parte con l’elemento “soprannaturale” dello scambio di personalità tramite il sogno, e dall’altra con la presenza incombente della cometa che “sfiora” la Terra condizionando in modo drastico le vite dei due giovanissimi protagonisti, Mitsuha Miyamizu eTaki Tachibana.

I due ragazzi si ritrovano coinvolti loro malgrado in un’inquietante scambio di corpi (o di menti) che avviene di notte, e che appare loro come un sogno insistito e stancante fino a quando, dopo una serie di episodi tragicomici che li vedono scombinare l’esistenza l’una dell’altro tra lo sconcerto delle rispettive famiglie e degli amici, non si palesa loro l’evidenza di tale incredibile “metempsicosi” notturna. Fin qui parrebbe un espediente narrativo molto simile a quello utilizzato da Mamoru Hosoda ne “La ragazza che saltava nel tempo” (Toki wo kakeru shōjo) e la premessa a una classica storia d’amore adolescenziale: i due finiscono prevedibilmente col trovare una forte intesa durante il loro, a tratti esilarante, dialogo ” a distanza” in cui comunicano tramite messaggi e istruzioni sparse ovunque (anzitutto sui corpi “ospiti”).

Invece, da quel momento la storia imboccherà una svolta (non clamorosa se si ha presente la filmografia passata del regista, ma comunque abbastanza sorprendente) grazie alla quale la vicenda abbandonerà i toni da commedia romantica “fantastica” per diventare un’incalzante corsa (letteralmente) contro il tempo. Lo stare insieme, l’incontrarsi e il volersi bene, negli altri film di Shinkai trovavano un ostacolo insormontabile proprio in Cronos; sia che si trattasse dello sbiadire dei ricordi e dei sentimenti dovuto alla lontananza fisica (5 cm al secondo), o dell’impossibilità di vivere liberamente un sentimento per persone di età anagrafiche diverse (Il giardino delle parole), o ancora di vere e proprie distanze siderali che facevano giungere forse troppo tardi a destinazione messaggi fondamentali (Voices of a Distant Star/Hoshi no koe – OAV).

In questo caso la difficoltà principale è costituita dall’incapacità, per i due protagonisti, di ricordare i rispettivi nomi al risveglio, come se malgrado il legame “intimo” intrecciato durante le loro trasmigrazioni notturne, malgrado i sentimenti che entrambi sentono nascere l’una per l’altro, tale rapporto sia destinato a non concretizzarsi mai, a non nascere su un piano reale fino a quando i due non troveranno la maniera di incontrarsi di persona. Possibile metafora sull’illusorietà di certi “rapporti virtuali”, o semplicemente la constatazione che gli esseri umani hanno bisogno di entrare in contatto per conoscersi davvero, in ogni caso in “Your Name” entrerà in gioco un ulteriore impedimento che, oltre a spiegare il motivo dell'”amnesia selettiva” di Taki e Mitsuha, sembrerà porre definitivamente la parola “fine” sulle loro speranze.

Perché il tempo non lo puoi fermare, né sconfiggere.

Forse, però, è possibile in qualche modo cambiarlo… a patto di saper riconoscere, e cogliere, la tua unica occasione.

L’impressione è che “Your Name” costituisca una sorta di “punto a capo” nella carriera di Shinkai, una sorta di compendio delle sue tematiche e dei suoi stilemi, in cui lui stesso si diverte non poco a seminare rimandi e citazioni lungo le varie sequenze del film. Da quella,  esplicita, costituita dall’insegna del locale italiano in cui lavora Taki, “Il giardino delle parole“, che rimanda al titolo omonimo di un suo recente mediometraggio passato anche in Italia (Il giardino delle parole/Kotonoha no niwa) a quelle “subliminali”.

Per esempio, se la metropoli in cui vive Taki è dichiaratamente Tokyo, con i suoi pendolari indifferenti e nevrotici, il villaggio rurale di Itomori (fittizio ma ispirato alla cittadina natale dell’autore) rappresenta di contro una sorta di scrigno di tradizioni millenarie e ormai un po’ ammuffite (ma che avranno un ruolo decisivo per l’esito della vicenda). Qui vive (e si annoia) Mitshua, e lago a parte il luogo somiglia tantissimo alla località dove risiede Asuna, protagonista di “Viaggio verso Agartha“, con le sue foreste e il cratere immenso in cui tuttora si danno convegno divinità al contempo insondabili e “umane”, capaci di concedere “miracoli” in cambio di un sorso di kuchikamizake (sorta di sakè fermentato con la saliva) che in realtà rappresenta la metà del cuore di chi lo ha prodotto.

Il firmamento spettacolare e striato di luci, stelle, satelliti e nuvole purpuree o smaltate è il medesimo sotto cui si soffermano a contemplare assorti gli adolescenti malinconici e profondi di Shinkai, mentre alte colonne di cumulonembi suggeriscono catastrofi imminenti, epici viaggi verso lo spazio, o semplicemente simboleggiano quell’esperienza esaltante e spaventosa che è l’addio alle speranze e all’innocenza della gioventù, mentre si viene scaraventati verso un'”adultità” che si divora tutto: sogni, amicizie e, soprattutto, quel primo amore, puro e totalizzante, che vorremmo invece preservare per sempre come un tesoro inestimabile.

I giovani protagonisti delle sue storie sono spesso dotati di capacità artistiche inespresse che infine trovano uno sbocco proprio nell’incontro con “LA” Persona, con cui vivranno un sentimento meraviglioso e impossibile, diventando a seguito di ciò persone certo più mature ma anche irrimediabilmente “segnate” dall’esperienza (Il giardino delle parole); Taki è  sua volta un eccellente disegnatore, ma in questa occasione il suo talento gli servirà per ritrovare il bene più prezioso: altro segno che il regista ha intenzione di pilotare la nave lungo una rotta diversa: stavolta l’Isola Che Non C’E’ dovrà essere trovata, anche a costo di superare i confini del Tempo e dello Spazio.

Personalmente, mi ha divertito come il film si apra, dopo un breve prologo introduttivo, mostrando una sorta di “sigla” sui titoli di testa, con la canzone “Yumetoro” (lett.: Lanterna dei sogni) dei Redwimps; il montaggio delle immagini e della musica è quello tipico di una serie televisiva non di un lungometraggio, e gli stessi personaggi sembrano strizzare l’occhio allo spettatore accrescendo l’impressione generale che l’autore abbia deciso di divertirsi e di far divertire, creando continui rimandi meta-testuali e chissà, fornendo anche qualche implicito avviso sul proprio futuro creativo.

Del resto, le trame di Shinkai sono talmente dilatate e intrecciate fra loro da costituire di per sé una sorta di lungo feuilleton in cui i protagonisti di volta in volta si incontrano, si innamorano, si perdono e continuano a cercarsi fino a quando un nuovo incontro non spariglierà le carte facendo ripartire la ruota.

Altro curioso dettaglio, magari casuale ma forse invece voluto per rafforzare la sensazione che tutte le differenti storie di si svolgano nel medesimo universo, è la somiglianza anagrafica dei personaggi maschili dei suoi film principali: Takaki, Takao, Takuya e Taki, come se si trattasse di versioni alternative della stessa persona, perennemente alla ricerca dell’anima gemella, incontrata tempo addietro e da allora sempre inseguita.

Le ragazze no, come nella realtà esse appaiono sempre diverse, dolci ma volitive, enigmatiche custodi del senso dell’esistenza, dolorosamente pronte, a differenza dei loro partner, a recidere il legame quando questo ha ormai superato il confine del sogno romantico per avviarsi a diventare un fantasma ossessivo e paralizzante (5 km al secondo, Il giardino delle parole).

Che Shinkai, come in fondo ogni autentico narratore, in fondo finora abbia raccontato null’altro che la “propria” storia?

La differenza, forse, è che, in veste di demiurgo dei loro destini, il regista pare oggi orientato a concedere una chance ai due (eterni)innamorati: per la prima volta non separati da passaggi a livello che si frappongono tra loro a ogni possibilità di incontro, o da treni paralleli che li trascinano inesorabilmente lontano (5 cm al secondo) o da convenzioni e età anagrafiche incompatibili (Il giardino delle parole), oppure ancora da un destino complicato e inafferrabile che assume la forma di torri inespugnabili e metafisiche (Oltre le nuvole) o semplicemente di erte scalinate da percorrere sempre in direzioni ostinate e contrarie.

Ecco, questa volta, malgrado tutti i paradossi spazio-temporali e le calamità naturali, tecnologiche o divine, Shinkai  concederà loro di fermarsi l’una di fronte all’altro, per guardarsi negli occhi e porsi a vicenda la fatidica domanda da cui nascono tutte le conoscenze, le relazioni e, chissà, i sentimenti più duraturi che legano insieme la tappezzeria umana. Un quesito semplice e fondamentale, come il filo rosso legato prima (dopo, durante, chissà?) al polso di Taki e poi (?) tra i capelli di Mitsuha:

“Qual è il tuo nome?”

Il resto, come si sa, è la vita.



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