mercoledì 11 gennaio 2017

Il Diluvio persiano è un’era glaciale: “Jamshid” di Moin Samadi

Il Diluvio persiano è un’era glaciale: “Jamshid” di Moin Samadi

“Jamshid: lament for a myth” di Moin Samadi

Questo cortometraggio iraniano in animazione ha costituito una piacevole scoperta, anche per averci fatto conoscere una versione “alternativa” del mito universale del “diluvio”, uno dei più suggestivi tra quelli che mescolano storia e religione.

Libera trasposizione della figura di Jamshid, probabilmente originata nel tempo dalla contrazione del nome dell’eroe avestico Yima Xšaēta in quello dell’eroe ancestrale consacrato dallo Shah-Nameh, letteralmente «Il Libro dei Re», poema epico e fondativo per la lingua e la cultura persiana redatto dal sommo autore Ferdowsi attorno al 1000 d.C.

Secondo la versione riportata nello Shah-Nameh, Jamshid fu il quarto re del mondo. Originariamente considerato il più pio tra le genti (forse appartenente a una tribù dedita alla pastorizia nomade), come avvenne al biblico Mosé egli ricevette la chiamata della Divinità Suprema, qui rappresentata da Ahura Mazda, di cui rifiutò il primo invito ma non il secondo, diventando grazie a questa Alleanza in pratica l’artefice della fiorente civilizzazione e del progresso scientifico, culturale e religioso del suo popolo.

Diventato il più grande sovrano della Storia del Mondo, contornato da uno splendore raggiante emblema del favore divino, Jamshid si trovò nel corso della sua secolare reggenza ad affrontare il proprio personale “Diluvio”, e a dover edificare la propria “Arca della salvezza”… ma non nel senso a noi ben noto.

Questo agile e coinvolgente cortometraggio, in tecnica mista 2D/3D, racconta liberamente le vicissitudini dello “Shāh” Jamshid allorquando, convocato da Sepand Minoo, l’Angelo dell’Espansione Universale che qui rappresenta la parte “positiva” e “creatrice” di Ahura Mazda, per salvare i più meritevoli tra gli uomini e le creature esistenti dalla minaccia costituita dal Frigido, Fatale Inverno che sta per cadere a causa dell’Angelo della Contrazione Universale (Ancrah Minoo, ovvero Angra Mainyu (Spirito del male), ovvero la spinta all’entropia che bilancia quella alla Crescita).

Assistito da tre divinità (Terra, Vento, Acqua e Fuoco) egli si prodigherà per costruire un rifugio da cui tenere fuori l’inverno; la cittadella sotterranea, nota nella tradizione mazdeista come “Vara di Yima” sarà una sorta di enorme palazzo illuminato da torce, capace di sostenere il peso dell’immensa mole di ghiaccio e neve che sta per calare sulla Terra, e di riscaldare i propri abitanti.

In questo frangente, non sono la furia delle acque e la pioggia incessante a causare il “castigo divino”, bensì una sorta di Glaciazione (memoria mitica di eventi antichissimi avvenuti realmente, come nel caso del Diluvio?) che addormenterà la Terra per moltissimo tempo prima che l’Eroe, sempre lui, ri-esca, letteralmente, a “bucare le nubi perenni” e a far risplendere il Sole restituendo il mondo esterno agli “eletti”.

Il prezzo, suggerisce il film, sarà altissimo: ormai ritenuto a tutti gli effetti un dio dalla propria gente, innalzato su piedistalli gelidi e lontani dal contatto con i suoi simili, Jamshid conoscerà la solitudine e la perdita della Grazia, fino a cadere preda di quel Male che lo aveva atteso pazientemente per lunghissimo tempo…

Jamshid: lament for a myth ti conquista fin dalla prima sequenza, panoramica e incalzante, in cui assistiamo alla “genesi” dell’Eroe (e in cui il regista dimostra una certa abilità nel giocare su epica e rimandi cinematografici popolari: come non pensare alla scena di apertura de “Il Re Leone”?); segue ad affascinarti immagine per immagine con il suo stile grafico raffinato e volutamente stilizzato, che rimanda alle ombre cinesi di reinigeriana memoria giocando sinuosamente con le musiche – assai efficaci nell’accompagnare lo storytelling.

Ti avvince poi con questa “versione alternativa” del mito biblico forse più famoso, e infine si congeda dallo spettatore insinuandogli il sospetto che sotto tanta gloria allignasse in realtà una “menzogna”… oppure, azzardiamo noi, che la menzogna sia quella che  si raccontano gli uomini di ogni epoca innalzando fino alle stelle uno di loro – di fatto allontanandolo da sé per sempre – come a voler ostinatamente colmare un vuoto di senso che da sempre li spaventa?

La domanda resta in sospeso, come le emozioni suscitate da questo piccolo film, il cui autore dimostra di saper “giocare” assai rispettosamente con la propria tradizione utilizzando al contempo linguaggi e narrative in grado di parlare a tutti, confermando così le potenzialità dell’animazione quando usata con sapienza e idee.

Il regista, Moin Samadi, classe 1979, è originario a Kermanshah, in Iran, studia e realizza film d’animazione dagli anni Novanta, e dal 2005 lavora anche in campo pubblicitario; ha ottenuto premi in vari festival e fa parte dell’Animation Guild of Iran. Attualmente, sta lavorando su un progetto incentrato sulla figura di Sindbad il Marinaio. E’ stato uno dei dieci selezionati per l’ultima Résidence Internationale d’Ecriture pour le Film d’Animation presso l’Abbazia di Fontevraud (Maine-et-Loire).



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